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(romanzo, Feltrinelli editore, Milano, 2007)
Premio Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea 2008.
Mark si concentra sulla ventiquattrore. Sulle scarpe. Sul cellulare, che accende. Mi dispiace, si scusa in silenzio. Hana legge il nome sul biglietto: Patrick O’Connor. L’uomo è di origine irlandese. Lei sorride. Cristo, pensa, fra montanari ci si annusa.
Sente pruderle il seno sinistro. Cerca di grattarsi senza usare la mano. È un anno che il seno si fa sentire, da quando ha ricevuto la Green Card americana e ha deciso di emigrare. Non riesce ad alleviare il prurito.
“Signor Doda,” la richiama Patrick O’Connor indicando con un cenno del capo l’angusta cabina del funzionario.
La fila è andata avanti. Hana dà un piccolo calcio al bagaglio a mano. Le scarpe marroni, ai lati, sembrano due orsetti in letargo.
“Perché è venuta negli Stati Uniti, signora Doda?” chiede il funzionario mentre apre il passaporto.
È tardi per tornare indietro. Il villaggio sa che lui è partito e che se n’è andato con il suo regolare passaporto da donna.Il villaggio aveva osservato, con occhi attenti e penetranti. Aveva anche preso nota di com’era vestito il giorno del commiato, ma senza fare commenti. Erano tempi bui, la gente non aveva energie da sprecare: la gloria di un tempo era svanita sotto latrati ed escrementi di cani randagi. Truciolato di storia, mugolii di gangster che si spacciavano per fuorilegge d’onore, tramonti che tardavano a scendere per timore di venir squattati dalla morte.
(…)
Si fionda alla toilette, catapultandosi su un lavandino. Il volto nello specchio è spigoloso. Hana sposta lo sguardo e lo indirizza su un uomo che attende di entrare in una delle cabine. Altri, disinvolti e sbrigativi, si liberano negli orinali. La porta d’ingresso si apre e si chiude al ritmo irregolare dei passi dei viaggiatori.
Hana respira forte, nella speranza di domare il panico. La famiglia l’attende all’uscita. C’è la cugina Lila, la figlia tredicenne Jonida – che Hana ha visto da neonata –, il loro marito e padre Shtjefën e altra gente del villaggio emigrata anni prima: “orgogliosamente americani”, come le hanno scritto nelle loro lettere sgrammaticate. Vengono da diverse contee di uno stato chiamato Maryland, e dalla Virginia, e dalla Pennsylvania, e anche da un altro stato che si chiama Ohio.
Hana ha trascorso parecchio tempo davanti alla cartina degli Stati Uniti, ma la fantasia si è liquefatta di fronte a tanto spazio irreale. L’America è un paese immenso. Lei è vissuta in un villaggio di duecentottanta anime.
Esci ora, dice tra sé quasi ad alta voce, esci e fai l’uomo.
È quello che il clan si aspetta. Vogliono vedere quello che si erano lasciati indietro: un giovane uomo ingrigito dal peso del dovere, un parente molto caro, per quanto strambo. L’arrivo di Mark dovrebbe riavvicinarli alle montagne, al profumo dello sterco, al crepitio delle armi, al tradimento, ai canti, alle ferite, alla bestialità, ai fiori, alla seduzione delle mulattiere che ti invitavano a buttarti giù per i dirupi, all’amore.
Hana dà una scossa ai pensieri. Il bagno del Dulles International Airport è così reale e concreto, e lei si sente così estranea là dentro. Ci vogliono due testicoli per affrontare tutto questo, pensa, due testicoli grossi che lei non ha. E anche di più. E perché i testicoli, perché? Perché a me?
Esci da questo bagno, si dice, esci di qui, perdio!
“Ha bisogno di qualcosa, signore?” chiede una voce alla sua sinistra.
Si volta. È un ragazzino sui quattordici anni. Forse anche quindici, sedici.
“Sta bene?” insiste lui, in un inglese che a lei sembra più familiare.
Hana deglutisce, sorride, raddrizza il busto appoggiato al lavandino. Dice che sta bene, ringrazia, sembra quasi scusarsi.
Il ragazzo la guarda, meno sicuro di prima. Un uomo – dev’essere il padre, la somiglianza è lampante – esce da una delle cabine, si avvicina al figlio e gli poggia una mano sulla spalla.
“Tutto bene, Hikmet?”
Il ragazzo non ha niente di turco nel volto, nemmeno di arabo, è quasi biondo. Il padre invece no, ha un viso levigato ma dai tratti marcati e scuri.
“Questo signore sta poco bene,” dice Hikmet.
Hana fa di no con la testa e continua: “Hikmet? È un bellissimo nome. È turco, vero?”.
Il malessere dello sconosciuto non preoccupa l’uomo.
“E lei come lo sa?”
“Sono albanese.”
Per un istante quell’altro valuta, accorda una scheggia di effimera fiducia grazie alla parola “albanese”, poi torna il dubbio.
“Arnavut,” dice in turco.
“Albanian,” ribatte Hana.
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